Lost in translation

Scritto da: MAT2020

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“I have to be leaving, but I won’t let that come between us. OK?”
 
lost in traslationE’ proprio vero che le cose nascono per caso. E che poi, immediatamente, diventano l’una la conseguenza dell’altra. Non ne siete convinti?
Cercherò di fugare ogni vostro dubbio, ma prima mettiamo un po’ di ordine.
Primi giorni di gennaio 2014. Sto viaggiando in auto con la radio sintonizzata su una emittente che ascolto spesso durante gli spostamenti di lavoro. Il segnale è pessimo e così, tanto per non distrarmi eccessivamente dalla guida, avvio la selezione automatica delle stazioni. Pochi secondi ed è subito musica di qualità: dal nulla compare infatti “Just Like Honey” brano per me molto affascinante lanciato a metà degli anni 80 da Jesus And Mary Chain. Non lo ascolto da un secolo e me lo gusto sino in fondo. Lo abbino immediatamente a “Lost In Translation”, film conosciutissimo di Sofia Coppola che io… non ho mai visto!
“Come può un amante del cinema come te”, mi sgrido a voce alta come se mi stessi rivolgendo a un’altra persona, “non aver mai visto un film pluripremiato (e anche molto criticato) di cui tutti hanno parlato?”.
Risolvo subito la questione con la promessa solenne di rimediare il più presto possibile a questo grave errore.
L’occasione si presenta la sera stessa grazie a Sky On Demand.
Le condizioni sono ottimali. Notte, divano, silenzio assoluto nell’appartamento. Via.
Mi accorgo immediatamente di aver trascorso 11 anni della mia vita da ignorante.
 
La storia, ambientata in un tecnologico Giappone, mi cattura immediatamente. L’incontro di due solitudini in un ambiente lontano sotto tutti i profili. Bob: attore famoso, maturo e stanco. Charlotte: giovane neolaureata e neo sposa. Un confronto generazionale improntato sui sentimenti. Una grande amicizia, nata in un hotel qualunque, che per tutto il film ti chiederai dove andrà esattamente a parare. Ogni situazione viene narrata con grande raffinatezza e con estrema calma (da qualcuno definita in senso dispregiativo ‘lentezza’). Bill Murray (attore che non amo più di tanto) è perfetto. Scarlett Johansson è grandissima. E poi la terza protagonista: la musica. Un incredibile mix di brani più o meno conosciuti che hai sempre la sensazione siano messi nel posto giusto. Fino ad arrivare all’apoteosi. Un karaoke nel corso di una festa in pieno centro città. Charlotte (Scarlett Johansson) con una improbabile parrucca affronta timidamente “Brass In Pocket” dei Pretenders …
 
 
… e immediatamente dopo Bob (Bill Murray), sulle note di “More Than This” di Roxy Music, dà… il peggio di sé. Tutto talmente naturale da far sembrare che la storia dei personaggi sia effettivamente la storia degli attori.
Ma il vero gioiello di questo film è la scena finale.

E’ il momento della partenza. Bob e Charlotte si salutano nella hall dell’albergo con non poco imbarazzo. Gli sguardi tra loro sono un picco nella recitazione. L’attore viene trattenuto e lei si allontana. Il taxi con Bob a bordo parte e tutto sembra concluso. Ma il destino ha scritto una cosa diversa. La macchina, nel fare il giro dell’isolato, si attarda e Bob scorge Charlotte dal finestrino. Scende e la rincorre tra la folla. La chiama. Le si avvicina. L’abbraccia forte e le sussurra all’orecchio una frase che non sapremo mai…
 
 
Grandissima Sofia Coppola! D’accordo lasciare il finale aperto… ma questo è un capolavoro. Ogni spettatore può immaginare qualcosa di diverso. E poco importa se le tecnologie digitali sono riuscite a ricostruire la frase sussurrata: “I have to be leaving, but I won’t let that come between us. OK?”
Io, per esempio, sono convinto che la frase pronunciata sia diversa. Non ve la dirò, tanto sono sicuro che voi avrete un parere diverso!
Vi lascio qualche contributo youtube, ma solo per fare… aumentare l’appetito! La visione integrale è consigliatissima.
Vostro
Max Pacini/MAT2020