L’occhio che uccide

Scritto da: D.D.

Questo utente ha pubblicato 302 articoli.
G.B. 1960

Mark Lewis è un inquietante operatore cinematografico con velleità da cineasta che adesca le sue future vittime per filmarle nel momento della loro stessa morte; è ossessionato dalla mania malsana della ricerca costante di espressioni naturali, vere, non create dalla finzione scenica, da poter riprendere o fotografare.
Film diretto e prodotto da Michael Powell (noto per aver diretto il Ladro di Badgdad) di stampo poliziesco sfociante nell’horror che affronta lo stesso tema, seppur con maggior violenza fisica e psicologica, de La finestra sul cortile di Hitchcock; in un certo modo è anticipatore e spunto ai thriller moderni. L’inizio è segnato da un assassinio, e capiamo subito chi è l’esecutore. I poliziotti compaiono solo a metà film: la prima parte è dedicata a inquadrare, con cura e gusto, il protagonista e la sua psiche contorta e disturbata che ha come scopo finale della propria esistenza quello di riprendere lo sguardo della morte e della paura nelle sue vittime. Il film è molto ben diretto dal regista che ci fa capire ampiamente il perché Mark sia diventato questa persona così problematica.
 
Da notare anche l’interessante e degno di riflessione parallelismo tra cinema e voyeurismo che Powell mostra allo spettatore. In questo film, infatti, si parla di voyeurismo, tema purtroppo iper sfruttato dalla società contemporanea (basti vedere il successo degli stupidi reality show o del morboso interesse per i fatti di cronaca nera che continuano ad appassionare la nostra italietta e tutto il mondo “occidentalizzato”). Sulle righe ma più che positiva la prova di Carl Bohem nel ruolo di Mark Lewis. Il regista interpreta il ruolo del padre di Mark e fa fare al proprio figlio quello del protagonista quando era bambino. Alla sua comparsa questo buon film venne fortemente criticato in Inghilterra e del tutto ignorato in Italia; ora è considerato “dalla Critica che conta” un film importante.