Paolo Siani feat. Nuova Idea - The Leprechaun’s Pot of Gold

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: cspigenova

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Paolo Siani feat Nuova Idea The Leprechaun s Pot of Gold(Black Widow Record, 2019)

 

 

 

 

Quando c'è l'entusiasmo, il resto non conta nulla. Si parte, si va all'avventura in un mix di naturale consapevolezza e sana incoscienza, senza troppi preamboli, soprattutto se "prima" le idee erano state così chiare da potersi presto tradurre in realtà.
E l'entusiasmo, soprattutto nell'arte, azzera qualsiasi imposizione temporale o stratificazione generazionale dettata dalla Storia e dalle storie personali.
Così Paolo Siani, storico fondatore della Nuova Idea, dà alle stampe il suo terzo lavoro in studio, semper fidelis alla Black Widow Records di Gasperini e C. Chiama a raccolta i soliti amici musici (Grice, Guglielminetti, Manners, Tiranti e Usai) e qualche verde new entry (il chitarrista bresciano Nik Carraro e il prodigioso vocalist Anthony Brosco da Brighton). Ne esce un concept sul nostro tempo globalizzato, grazie all'ispirazione data dall'avido folletto dispettoso del folklore irlandese, il Leprechaun's.
In arte "entusiasmo" è sinonimo di libertà espressiva, è la molla che ti consente di sganciarti da qualsiasi etichetta per sperimentare, guardare avanti ma restare te stesso, perché tu sei la "quella" storia che continua brano dopo brano. In una parola: sperimentare, perché se no, non ci si diverte.
Siani racconta da dove arriva con l'opener Standing Alone: lo staccato di piano elettrico (suonato da Giangiusto Mattiucci) e il riff rosso porpora (Deep Purple meets King Crimson) ci conducono nel calore rock blues di fine anni Sessanta, nobilitato dagli inserti claptoniani di Carraro e dai vertici canori di Brosco (senza trascurare l'Hammond di Usai).
Si prosegue con Inflate Your Veins, scaldati dal prologo fiatistico del sax di Martin Grice dei Delirium, subito agitato da meccanici arpeggi di tastiera in 3/8, memori dell'Alan Parsons più tecnologico: è il motore che fa alzare il volo al canto quasi melismatico di Tiranti che, presto, subisce una gemmazione polifonica in mezzo a fanfare di moog e flauti. C'è voglia di uscire da qualsiasi percorso prevedibile.
E con la title track ne abbiamo un assaggio: l'incipit potrebbe riportarci al prog-pop anni Ottanta di Genesis, Camel e Asia, ma, in realtà, l'uso degli effetti nella voce e i tappeti di archi sintetici avvicinano Siani su un crinale tra i Kraftwerk e Battiato; da non trascurare i passaggi solistici celtici costruiti su una scala pentatonica (mentre la chitarra di Carraro fa da bordone). La falsariga elettronica è ormai solco profondo, territorio per variazioni di note che sono frequenze da modellare, in mezzo ad una selva di sintetizzatori e pattern ritmici ad orologeria: succede in Statue of Wax, dove siamo attratti per ben due volte dal barrito di un elefante (It's a shame?) e dal mantra seminascosto di una monaca tibetana.
Si avanza con passo deciso: Lord Brummel, interpretata in modo egregio da Tiranti, è pop di alta scuola, molto AOR, impreziosito da un inatteso interludio cameristico, simulato dalle tastiere (ma comunque convincente per pertinenza armonica) e da un maestoso solo di Carraro.
Quando meno te lo aspetti, Siani ti spiazza e in Walking on the Limit ti piazza una ritmica di 7/8 all'interno di una scansione armonica dominata da chitarre arpeggiate e spazialità vocali new wave, un po' alla Echo & The Bunnymen, Psychedelic Furs, The Cars e The Church. Siamo al vertice e non ci si fa mancare nulla: giochi corali e incastri strumentali che si rincorrono ad eco fino ad un finale evanescente.
Variazioni ritmiche al centro di Time to Play: un tema melodico semplice intervallato da episodi sul tempo di bolero e di reggae con interventi coloristici peculiari della Puccini Band e del Theremin di Ivana Gatti.
Chiusura in due fasi: prima l'anello, con una ripresa integrale dell'opener Standing Alone (cantata, però, da Paul Gordon Manners, ex Cugini di Campagna); poi la macchina del tempo: una vecchia registrazione live della Nuova Idea a Radio Rai nel 1971 in occasione di un loro passaggio alla trasmissione "Per voi giovani", on stage con We're Going Wrong, una cover dei Cream.

The Leprechaun’s Pot of Gold si pone al momento come il lavoro più rifinito di Paolo Siani: nulla da togliere agli altri dischi, sicuramente preparatorî a quanto abbiamo ascoltato nel Leprecauno, però qui il livello qualitativo si alza ulteriormente, sia per l'ulteriore raffinamento (e raffinazione) degli arrangiamenti, sia per l'entusiastico approccio sperimentale (quasi giocoso, visto i salti di genere). Appunto, l'entusiasmo. È contagioso, anche per chi ascolta.

 

(Riccardo Storti)